
EUR/JPY arretra leggermente dopo aver registrato modesti guadagni nella seduta precedente e scambia intorno a 176,70 durante la sessione asiatica di martedì. L’analisi tecnica del grafico giornaliero suggerisce che il cross valutario rimane all’interno di un canale discendente, indicando un orientamento prevalentemente ribassista.

Il cross EUR/JPY si mantiene appena sopra la media mobile esponenziale (EMA) a nove periodi, ma resta frenato dalla EMA a 50 periodi. Questa configurazione suggerisce un’impostazione lievemente ribassista, poiché il prezzo rimane al di sotto della EMA di più lungo periodo, mentre l’indice di forza relativa (RSI) a 14 giorni, a 44,16, si mantiene in territorio neutrale, segnalando soltanto un moderato slancio ribassista anziché vendite aggressive.
Il cross EUR/JPY testa il supporto immediato sulla EMA a nove giorni a 176,45, seguito dal minimo a 12 mesi di 175,07, toccato il 30 ottobre. Un ulteriore supporto si trova sul limite inferiore del canale discendente, intorno a 174,30. Una rottura al di sotto del canale aprirebbe la strada a una discesa del cross valutario verso l’area del minimo a 15 mesi a 169,72.
Al rialzo, il cross EUR/JPY potrebbe salire verso il limite superiore del canale discendente, vicino a 177,90, seguito dalla EMA a 50 giorni a 178,72. Un superamento confermato della media dei prezzi di medio periodo determinerebbe un’inversione rialzista, favorendo un avanzamento del cross EUR/JPY verso l’area del massimo storico di 187,95, raggiunto il 17 aprile.

Gli analisti di DBS Group Research avvertono che la perdita di slancio del dollaro non rende automaticamente l’euro un’alternativa convincente, sottolineando che «le incertezze fiscali e politiche dell’Europa, in particolare in Francia, e la sua vulnerabilità agli elevati prezzi dell’energia complicano la ricerca di alternative valide». Secondo gli analisti, la sovrapposizione di questi rischi limita la possibilità per gli investitori di spostare con fiducia i capitali dal dollaro alle attività dell’Eurozona, nonostante i recenti movimenti valutari.
(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)
L’euro è la valuta dei 20 paesi dell’Unione europea che fanno parte dell’Eurozona. È la seconda valuta più scambiata al mondo dopo il dollaro statunitense. Nel 2022 ha rappresentato il 31% di tutte le transazioni sul mercato dei cambi, con un controvalore medio giornaliero degli scambi superiore a 2.200 miliardi di dollari. EUR/USD è la coppia valutaria più scambiata al mondo e rappresenta circa il 30% di tutte le transazioni, seguita da EUR/JPY (4%), EUR/GBP (3%) ed EUR/AUD (2%).
La Banca centrale europea (BCE), con sede a Francoforte, in Germania, è la banca centrale dell’Eurozona. La BCE stabilisce i tassi di interesse e gestisce la politica monetaria. Il mandato principale della BCE è mantenere la stabilità dei prezzi, il che significa controllare l’inflazione o stimolare la crescita. Il suo principale strumento è l’aumento o la riduzione dei tassi di interesse. Tassi di interesse relativamente elevati, o l’aspettativa di tassi più alti, tendono generalmente a favorire l’euro, e viceversa. Il Consiglio direttivo della BCE prende le decisioni di politica monetaria nel corso di riunioni che si tengono otto volte l’anno. Le decisioni sono prese dai governatori delle banche centrali nazionali dell’Eurozona e da sei membri permanenti, tra cui la presidente della BCE, Christine Lagarde.
I dati sull’inflazione dell’Eurozona, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC), sono un importante indicatore economico per l’euro. Se l’inflazione aumenta più del previsto, soprattutto se supera l’obiettivo del 2% della BCE, costringe la banca centrale ad alzare i tassi di interesse per riportarla sotto controllo. Tassi di interesse relativamente elevati rispetto a quelli delle altre economie tendono generalmente a favorire l’euro, poiché rendono la regione più attraente per gli investitori globali che desiderano collocare i propri capitali.
I dati pubblicati misurano lo stato di salute dell’economia e possono incidere sull’euro. Indicatori come il PIL, gli indici PMI manifatturiero e dei servizi, i dati sull’occupazione e le indagini sulla fiducia dei consumatori possono tutti influenzare la direzione della moneta unica. Un’economia solida favorisce l’euro. Non solo attira maggiori investimenti esteri, ma può anche incoraggiare la BCE ad alzare i tassi di interesse, rafforzando direttamente l’euro. Al contrario, se i dati economici sono deboli, è probabile che l’euro si deprezzi. I dati economici delle quattro maggiori economie dell’area euro (Germania, Francia, Italia e Spagna) sono particolarmente significativi, poiché queste rappresentano il 75% dell’economia dell’Eurozona.
Un altro dato significativo per l’euro è la bilancia commerciale. Questo indicatore misura la differenza tra quanto un paese ricava dalle esportazioni e quanto spende per le importazioni in un determinato periodo. Se un paese produce beni destinati all’esportazione molto richiesti, la sua valuta si apprezzerà per il solo effetto della domanda aggiuntiva generata dagli acquirenti esteri che desiderano acquistare tali beni. Pertanto, un saldo commerciale positivo rafforza una valuta, mentre un saldo negativo ha l’effetto opposto.