L’euro perde i guadagni iniziali mentre il dollaro USA torna a salire

  • L’euro arretra verso 1,1213 contro il dollaro statunitense, che torna a salire.
  • Il rialzo dei prezzi del petrolio sembra aver sostenuto il recupero del dollaro statunitense.
  • I rischi legati ai conti pubblici francesi si estendono ad altri paesi dell’Eurozona.

L’euro (EUR) azzera i guadagni iniziali contro il dollaro statunitense (USD) e si porta sulla parità di giornata intorno a 1,1213 durante la sessione europea di martedì. La principale coppia valutaria ripiega, mentre il dollaro statunitense rimbalza con forza in seguito a un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio.

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Durante gli scambi europei, l’indice del dollaro statunitense (DXY), che misura il valore del biglietto verde rispetto a sei principali valute, risale verso 101,91 dal minimo di giornata di 101,74. Il DXY resta comunque in calo dello 0,13%.

Il prezzo del petrolio WTI balza del 2,15% a circa 100,20 dollari, il livello più alto da oltre un mese. I conflitti in corso in Medio Oriente, con l’Iran che minaccia di estendere il blocco ad altre rotte marittime, hanno fatto aumentare il premio per il rischio incorporato nei prezzi del petrolio.

L’aumento dei prezzi del petrolio disancora le aspettative di inflazione a livello globale, uno scenario che accresce le probabilità di rialzi dei tassi di interesse da parte delle banche centrali.

Nell’ultima settimana il dollaro statunitense ha sottoperformato a causa dei timori legati all’ottimismo sull’intelligenza artificiale (IA).

Gli analisti di MUFG sottolineano che i mercati finanziari statunitensi sono stati «tra i principali beneficiari della forte domanda degli investitori esteri, alimentata dall’ottimismo legato all’IA». Osservano che gli investitori esteri hanno acquistato «942 miliardi di dollari di azioni statunitensi nei dodici mesi fino a luglio, mentre gli acquisti di obbligazioni societarie statunitensi sono aumentati nettamente, raggiungendo i 452 miliardi di dollari nello stesso periodo». MUFG sostiene che questi «ingenti afflussi evidenziano come il dollaro sia diventato sempre più legato alla ricerca di rendimenti più elevati da parte degli investitori sui mercati finanziari statunitensi, anziché beneficiare del suo tradizionale status di bene rifugio». Gli analisti avvertono tuttavia che «questa dinamica lascia anche il dollaro più esposto a un’inversione di tendenza qualora il sentiment nei confronti dell’IA dovesse peggiorare».

Nel frattempo, le tensioni sui conti pubblici francesi, che si stanno propagando ad altri paesi dell’Eurozona, hanno ridotto l’attrattiva dell’euro.

Gli analisti di Deutsche Bank evidenziano come l’ultima ondata di turbolenze politiche in Francia si sia ripercossa sui mercati europei, osservando che «i timori dei mercati sul debito francese si sono propagati anche ad altri paesi e classi di attività». Sottolineano che «anche lo spread del decennale italiano rispetto ai Bund è salito di 4,7 punti base nella giornata, a 111 punti base, mentre quello spagnolo è aumentato di 1,2 punti base, a 62 punti base».

Analisi tecnica di EUR/USD

Sul grafico giornaliero, EUR/USD scambia a 1,1219 e mantiene un’impostazione ribassista nel breve termine, restando al di sotto della media mobile esponenziale (EMA) a 20 periodi, situata a 1,1273. L’incapacità della coppia di riportarsi sopra questa EMA di breve periodo suggerisce che i rialzi siano frenati dalla pressione di vendita sui livelli superiori, mentre l’indice di forza relativa (RSI) a 14 periodi, a quota 38,5, rimane sotto la soglia neutrale di 50, segnalando il persistere di pressioni ribassiste piuttosto che una ripresa decisa.

Al rialzo, la resistenza immediata si trova in corrispondenza dell’EMA a 20 periodi, a 1,1273, che dovrà essere superata per attenuare l’attuale orientamento ribassista e aprire la strada a un rimbalzo più duraturo. Finché tale livello non sarà riconquistato, l’andamento dei prezzi resterà probabilmente vulnerabile a nuove vendite in prossimità dell’EMA; l’assenza di supporti tecnici vicini sul grafico accentua inoltre il rischio di ulteriori flessioni qualora i venditori riprendessero il controllo.

(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)

Domande frequenti sul dollaro statunitense

Il dollaro statunitense (USD) è la valuta ufficiale degli Stati Uniti d’America e la valuta «di fatto» di un numero significativo di altri paesi, dove circola insieme alle banconote locali. È la valuta più scambiata al mondo e rappresenta oltre l’88% del volume globale degli scambi sul mercato dei cambi, pari a una media di 6.600 miliardi di dollari di transazioni al giorno, secondo i dati del 2022. Dopo la Seconda guerra mondiale, il dollaro statunitense ha sostituito la sterlina britannica come valuta di riserva mondiale. Per gran parte della sua storia, il dollaro statunitense è stato garantito dall’oro, fino all’accordo di Bretton Woods del 1971, quando il sistema aureo è stato abbandonato.

Il principale fattore che incide sul valore del dollaro statunitense è la politica monetaria, definita dalla Federal Reserve (Fed). La Fed ha un duplice mandato: conseguire la stabilità dei prezzi (controllare l’inflazione) e promuovere la piena occupazione. Lo strumento principale per raggiungere questi due obiettivi è la modifica dei tassi di interesse. Quando i prezzi aumentano troppo rapidamente e l’inflazione supera l’obiettivo del 2% della Fed, la banca centrale alza i tassi, sostenendo il valore del dollaro. Quando l’inflazione scende sotto il 2% o il tasso di disoccupazione è troppo elevato, la Fed può ridurre i tassi di interesse, penalizzando il biglietto verde.

In situazioni estreme, la Federal Reserve può anche stampare più dollari e attuare un allentamento quantitativo (quantitative easing, QE). Il QE è il processo attraverso il quale la Fed aumenta in misura sostanziale il flusso di credito in un sistema finanziario bloccato. È una misura di politica monetaria non convenzionale, utilizzata quando il credito si è prosciugato perché le banche non si concedono più prestiti tra loro, per timore di un’insolvenza della controparte. È una soluzione di ultima istanza quando è improbabile che la semplice riduzione dei tassi di interesse produca il risultato necessario. È stato lo strumento privilegiato dalla Fed per contrastare la stretta creditizia verificatasi durante la grande crisi finanziaria del 2008. Prevede che la Fed stampi più dollari e li utilizzi per acquistare titoli di Stato statunitensi, prevalentemente da istituzioni finanziarie. Il QE porta solitamente a un indebolimento del dollaro statunitense.

La stretta quantitativa (quantitative tightening, QT) è il processo inverso, in cui la Federal Reserve interrompe gli acquisti di obbligazioni dalle istituzioni finanziarie e non reinveste in nuovi acquisti il capitale rimborsato alla scadenza delle obbligazioni che detiene. Di solito ha un effetto positivo sul dollaro statunitense.