
L’indice del dollaro USA (DXY), che misura il valore del dollaro statunitense (USD) rispetto a sei principali valute, rimane stabile dopo i modesti guadagni registrati nella giornata precedente e si attesta intorno a 102,00 durante la sessione asiatica di lunedì.

Il biglietto verde si muove poco mentre si attenua la domanda di beni rifugio grazie ai continui sforzi diplomatici per porre fine al conflitto in Medio Oriente, nonostante persistano timori di una nuova azione militare statunitense contro l’Iran. I funzionari del Qatar e dell’Iran hanno proseguito i colloqui per il terzo giorno consecutivo, lavorando a un accordo per porre fine alla guerra prima delle elezioni statunitensi di metà mandato.
Tuttavia, il dollaro USA potrebbe recuperare terreno grazie alle crescenti aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve. Secondo lo strumento FedWatch del CME, gli operatori scontano una probabilità di circa il 75% di un aumento dei tassi a dicembre, sostenuta dai recenti dati macroeconomici statunitensi che indicano una buona tenuta dell’economia e un’inflazione persistente.
Gli operatori attendono i prossimi appuntamenti chiave, tra cui il rapporto statunitense sull’occupazione nei settori non agricoli (Nonfarm Payrolls, NFP) e i dati ISM sul settore manifatturiero e sui servizi. Anche gli interventi di diversi esponenti della Federal Reserve, in programma nel corso della settimana, dovrebbero fornire ulteriori indicazioni sul percorso di politica monetaria della banca centrale.
Brown Brothers Harriman sottolinea che l’ultimo rapporto statunitense di settembre sull’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE) «conferma che i progressi sull’inflazione si sono arrestati». La banca osserva che, in linea con il consenso, «l’indice PCE complessivo è aumentato dello 0,5% su base mensile, rispetto al +0,3% di agosto, portando la crescita annua al 3,6%, contro il 3,4% di agosto», mentre «l’indice PCE di fondo è salito dello 0,3% su base mensile, rispetto allo 0,3% di agosto, portando la crescita annua al 3,1%, contro il 3,0% di agosto». Questa persistenza dell’inflazione, sia complessiva sia di fondo, rafforza la valutazione della banca secondo cui il dollaro continua a essere sostenuto dallo stallo del processo disinflazionistico, anche se l’attenzione del mercato si sposta sulle dinamiche salariali e sulle aspettative di crescita più generali.
Il dollaro USA (USD) è la valuta ufficiale degli Stati Uniti d’America e la valuta «di fatto» di un numero significativo di altri Paesi, dove circola insieme alle banconote locali. È la valuta più scambiata al mondo e rappresenta oltre l’88% del volume globale degli scambi sul mercato dei cambi, con una media di 6.600 miliardi di dollari di transazioni al giorno, secondo i dati del 2022. Dopo la Seconda guerra mondiale, il dollaro USA ha sostituito la sterlina britannica come valuta di riserva mondiale. Per gran parte della sua storia, il dollaro USA è stato garantito dall’oro, fino all’accordo di Bretton Woods del 1971, quando il sistema aureo è stato abbandonato.
Il principale fattore che influenza il valore del dollaro USA è la politica monetaria, definita dalla Federal Reserve (Fed). La Fed ha un duplice mandato: garantire la stabilità dei prezzi (controllare l’inflazione) e favorire la piena occupazione. Il suo principale strumento per raggiungere questi due obiettivi è la modifica dei tassi di interesse. Quando i prezzi aumentano troppo rapidamente e l’inflazione supera l’obiettivo del 2% della Fed, la banca centrale alza i tassi, sostenendo il valore del dollaro USA. Quando l’inflazione scende sotto il 2% o il tasso di disoccupazione è troppo elevato, la Fed può ridurre i tassi di interesse, penalizzando il biglietto verde.
In situazioni estreme, la Federal Reserve può anche stampare più dollari e attuare un allentamento quantitativo (quantitative easing, QE). Il QE è il processo attraverso il quale la Fed aumenta in modo sostanziale il flusso di credito in un sistema finanziario bloccato. È una misura di politica monetaria non convenzionale utilizzata quando il credito si è prosciugato perché le banche non sono disposte a prestarsi denaro a vicenda, per timore di un’insolvenza della controparte. È l’ultima risorsa quando è improbabile che la sola riduzione dei tassi di interesse produca il risultato necessario. È stato lo strumento privilegiato dalla Fed per contrastare la stretta creditizia verificatasi durante la grande crisi finanziaria del 2008. Consiste nella stampa di nuovi dollari da parte della Fed, che li utilizza per acquistare titoli di Stato statunitensi prevalentemente da istituzioni finanziarie. Il QE solitamente porta a un indebolimento del dollaro USA.
La stretta quantitativa (quantitative tightening, QT) è il processo inverso, attraverso il quale la Federal Reserve smette di acquistare obbligazioni dalle istituzioni finanziarie e non reinveste in nuovi acquisti il capitale rimborsato alla scadenza dei titoli che detiene. Solitamente ha un effetto positivo sul dollaro USA.