I timori sui tassi della Fed pesano sull’oro: il livello di 4.000 dollari potrebbe essere nuovamente messo alla prova!

L’oro ha registrato un lieve calo martedì, mentre la cautela degli investitori in vista della riunione di politica monetaria della Federal Reserve della prossima settimana ha dominato il sentiment di mercato. I prezzi hanno ormai perso circa il 26% rispetto al massimo storico di gennaio di 5.594,82 dollari e si trovano circa il 22% al di sotto dei livelli osservati all’inizio del conflitto con l’Iran, lasciando il mercato a un bivio cruciale tra sentiment e fattori tecnici.

La persistenza dell’inflazione e la traiettoria dei tassi d’interesse della Fed restano i principali fattori che pesano sull’oro. I titoli del Tesoro statunitensi appaiono attualmente più interessanti dell’oro come bene rifugio, determinando un netto spostamento dei flussi di capitale tra i due. A settembre, la Fed ha effettuato il primo rialzo dei tassi dell’anno, aumentandoli di 25 punti base. Le recenti dichiarazioni dei funzionari hanno tuttavia indicato, nel complesso, scarsa urgenza di procedere a un’ulteriore stretta, riducendo direttamente le aspettative del mercato di un rialzo a ottobre.

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Secondo lo strumento CME FedWatch, la probabilità di un rialzo dei tassi la prossima settimana è scesa a circa il 17,2%, ben al di sotto degli elevati livelli di un mese fa. Ciononostante, i mercati scontano ancora una probabilità del 92% di un rialzo a dicembre. Questa combinazione di aspettative meno restrittive nell’immediato e di prospettive ancora restrittive su un orizzonte più lungo rende difficile per l’oro trovare nel breve termine un sostegno duraturo nella politica monetaria.

L’attenzione degli investitori si concentrerà ora sull’imminente pubblicazione dell’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE). Ampiamente considerato l’indicatore dell’inflazione preferito dalla Fed, il dato influenzerà direttamente le aspettative sulla futura traiettoria dei tassi d’interesse. Se i dati PCE continueranno a mostrare pressioni inflazionistiche persistenti, le aspettative di un rialzo a dicembre si rafforzeranno ulteriormente, anche qualora la Fed lasciasse i tassi invariati a ottobre, mantenendo l’oro sotto pressione. Al contrario, un chiaro rallentamento dell’inflazione potrebbe offrire all’oro un temporaneo sollievo.

Gli sviluppi sul mercato dei titoli del Tesoro statunitensi sono stati in contrasto con l’andamento dell’oro. Martedì, il rendimento del Treasury decennale è sceso lievemente al 5,121%, mentre quello trentennale è calato al 5,431%, poiché un rimbalzo dell’azionario statunitense trainato dall’intelligenza artificiale ha alimentato la propensione al rischio e indebolito gli acquisti di beni rifugio. Se tassi d’interesse eccessivamente elevati dovessero innescare un’inversione dei flussi di capitale legati all’intelligenza artificiale, i fattori che inizialmente hanno sostenuto il dollaro potrebbero rapidamente penalizzarlo. In teoria, il calo del dollaro offriva all’oro margine per salire. Eppure, martedì l’oro non è riuscito a rimbalzare, suggerendo che le pressioni derivanti dalle aspettative sui tassi d’interesse e dai flussi di capitale effettivi abbiano continuato a prevalere.

Analisi di mercato:

I mercati sono soggetti a forze contrastanti. La solida crescita economica, l’inflazione persistentemente elevata e l’orientamento generalmente restrittivo delle banche centrali mondiali hanno contribuito, nel loro insieme, a innalzare il livello di fondo dei rendimenti. Allo stesso tempo, i mercati scontano già aspettative di una stretta significativa e il ritmo effettivo dei rialzi dei tassi da parte delle banche centrali potrebbe rivelarsi inferiore alle attese. Di conseguenza, i rendimenti potrebbero scendere rapidamente in caso di miglioramento della propensione al rischio. Questa dinamica ha un duplice effetto sull’oro: rendimenti più bassi favoriscono teoricamente un’attività che non offre rendimento, mentre una maggiore propensione al rischio ne indebolisce la domanda come bene rifugio.


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