
Israele vota oggi per eleggere la 26ª Knesset. È la prima elezione nazionale dallo scoppio dell’ultima fase del conflitto israelo-palestinese nell’ottobre 2023 e la prima dal 1988 a svolgersi alla scadenza naturale della legislatura. Il primo ministro uscente Netanyahu, che punta alla rielezione, ha 77 anni. È diventato premier per la prima volta nel 1996 e ha ricoperto l’incarico per un totale di quasi vent’anni. Per il personale militare israeliano, le votazioni sono iniziate più di una settimana fa. Circa 850 seggi coprono le postazioni operative a Gaza, in Libano e in Siria; all’incirca un quarto è costituito da seggi mobili. Durante il trasporto, le urne vengono chiuse a chiave e scortate da agenti armati. La legge israeliana vieta inoltre la pubblicazione di nuovi sondaggi da venerdì scorso fino alla chiusura dei seggi. Le votazioni termineranno questa sera alle 22:00 e gli exit poll saranno diffusi subito dopo.

Sondaggi preelettorali: 52 seggi contro 50, entrambi i blocchi lontani da quota 61
Il riferimento più recente è l’ultima tornata di sondaggi preelettorali consentiti dalla legge: il 22 ottobre KAN e Channel 12 assegnavano 52 seggi al blocco di opposizione e 50 a quello di Netanyahu; Channel 13 indicava 54 seggi contro 50, mentre un altro sondaggio di Channel 12 ne attribuiva 56 contro 50. Il vantaggio dell’opposizione varia da due a sei seggi a seconda dell’istituto demoscopico, ma il quadro generale è coerente: l’opposizione è leggermente avanti e nessuno dei due schieramenti ha la maggioranza.
A livello di singoli partiti, Yashar di Eisenkot è dato in testa con 22 seggi, seguito dal Likud di Netanyahu con 20 e dal partito «Unità» dell’ex primo ministro Bennett con 14. Potere Ebraico di Ben-Gvir, Yisrael Beiteinu di Lieberman e i Democratici di Golan dovrebbero ottenere circa otto seggi ciascuno.
Per formare un governo servono 61 seggi, ossia la maggioranza dei 120 della Knesset. Né i 52 né i 50 seggi indicati dai sondaggi raggiungono questa soglia. Eisenkot ha escluso diverse opzioni. Ha dichiarato esplicitamente che non entrerà mai in un governo con Netanyahu, affermando che «anche un accordo di rotazione è del tutto fuori discussione»; non è inoltre disposto a includere nel governo partiti arabi o ultraortodossi. I seggi aggiuntivi necessari per passare da 52 a 61 si trovano soprattutto tra queste formazioni.
Per Netanyahu, la sfida risiede nelle richieste degli alleati: cresce il sostegno a Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra, il cui partito dovrebbe ottenere almeno otto seggi; i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito nella Torah hanno dichiarato che non entreranno in un governo se le esenzioni dal servizio militare non saranno sancite per legge.
I partiti arabi occupano una posizione decisiva. Gli arabi rappresentano circa un quinto della popolazione israeliana e due partiti arabi dovrebbero ottenere complessivamente tra 14 e 16 seggi. Eppure, all’interno del blocco di opposizione, alcuni preferirebbero tornare alle urne piuttosto che collaborare con loro. Anche diversi partiti minori si trovano a ridosso della soglia di sbarramento del 3,25% e il loro eventuale ingresso in Parlamento cambierà la distribuzione dei seggi.
Anche il processo di formazione del governo è disciplinato dalla legge: entro sette giorni dalla pubblicazione dei risultati ufficiali, il presidente decide a chi conferire il primo incarico per formare un esecutivo. I negoziati durano 28 giorni, con la possibilità di una proroga di 14 giorni; il mancato raggiungimento di un accordo per formare un governo avvia il percorso verso nuove elezioni. Il quotidiano britannico The Guardian ha proposto un’altra valutazione: Netanyahu è abile nello sfruttare le divisioni politiche e ha una vasta esperienza nella costruzione di coalizioni. Anche senza un chiaro vantaggio nei risultati, potrebbe comunque ottenere un altro mandato attraverso i negoziati.
In queste elezioni la linea di frattura non è più tra sinistra e destra
Lo slogan elettorale di Eisenkot è «un Paese senza menzogne» e pone l’accento sull’integrità della politica e sulla responsabilità del governo, affiancandovi la proposta di limitare il numero di mandati del primo ministro. La linea di frattura nella politica israeliana si è spostata dal tradizionale confronto tra sinistra e destra alla contrapposizione tra i blocchi favorevoli e contrari a Netanyahu. L’opposizione stessa è frammentata: l’ex primo ministro Bennett e l’ex ministro della Difesa Lieberman hanno posizioni sulla sicurezza molto diverse da quelle del centrosinistra.
Due questioni preoccupano maggiormente gli elettori. La prima è chi debba rispondere delle carenze nella sicurezza e nell’intelligence del 7 ottobre 2023, un interrogativo su cui la società israeliana si confronta da tre anni. La seconda ha assunto rapidamente rilievo nei mesi precedenti alle elezioni: le esenzioni dal servizio militare per gli ultraortodossi. Queste esenzioni risalgono al 1948, quando Ben-Gurion raggiunse un accordo con la comunità ultraortodossa che esonerava gli studenti delle scuole religiose dal servizio militare. Con le forze israeliane ancora impegnate nelle operazioni a Gaza e nel Libano meridionale e la disponibilità di riservisti sotto pressione, quell’accordo è balzato in cima all’agenda politica. Nel 2024 la Corte suprema ha stabilito che le esenzioni non avevano una base giuridica, ma il governo ha continuato ad applicarle. I partiti di opposizione hanno inserito il servizio militare obbligatorio nei loro programmi elettorali, mentre Yashar ha proposto di perseguire penalmente i renitenti alla leva.
L’economia non è diventata un tema elettorale. Il Fondo monetario internazionale prevede per Israele una crescita del 4,5% nel 2026, la più elevata tra le economie avanzate; al contempo, il 58% degli intervistati ritiene che la situazione della sicurezza sia negativa. Dopo tre anni di guerra, gli elettori sono chiamati a scegliere la direzione del Paese.
Eisenkot, 66 anni, è stato capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e proviene da una famiglia di immigrati ebrei marocchini. Suo figlio e due suoi nipoti sono stati uccisi a Gaza. Se eletto, diventerebbe il primo premier israeliano di origine mizrahi.
Se non si formerà un governo, Netanyahu resterà premier ad interim
Se il tentativo di formare un governo fallirà, Netanyahu resterà primo ministro ad interim fino alle prossime elezioni. Durante questa fase, il governo uscente continuerà a esercitare i propri poteri, compresa l’autorità sulle decisioni militari.
Gli exit poll arriveranno questa sera, i risultati ufficiali sono attesi entro il 4 novembre e il presidente avrà poi sette giorni per designare un candidato, cui seguiranno 28 giorni di negoziati; negli Stati Uniti si voterà per le elezioni di metà mandato il 3 novembre. Tra oggi e la formazione di un nuovo governo potrebbero passare due o tre mesi, un processo che si sovrapporrà alle elezioni statunitensi di metà mandato.
Washington ha già reso nota la propria posizione. Il 18 ottobre Trump ha definito Netanyahu un «grande primo ministro in tempo di guerra», per poi pubblicare, il 25 ottobre, un appello diretto agli elettori israeliani affinché votino per il Likud; il vicepresidente Vance ha dichiarato che non sarebbe intervenuto.
Anche l’azione militare contro l’Iran è prevista dopo questi appuntamenti politici: il ministro della Difesa Katz ha negato l’esistenza di piani per un attacco prima delle elezioni, mentre i media israeliani hanno riferito che le valutazioni militari collocavano la ripresa delle operazioni dopo entrambe le consultazioni.
I prezzi del petrolio si sono mossi per primi ieri. Alti funzionari di Arabia Saudita, Pakistan e Tüurchia sono arrivati a Teheran nella stessa giornata, segnando il primo contatto di questo tipo dall’inizio della guerra a febbraio. Tra i temi affrontati figuravano le modalità del transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz; quel giorno i prezzi internazionali del petrolio sono scesi di circa l’1,5%. Quando questa sera saranno pubblicati gli exit poll, il primo dato da osservare sarà quanti seggi mancheranno a ciascun blocco per raggiungere quota 61. Maggiore sarà il divario, più a lungo il governo ad interim resterà in carica e più lentamente si ridurrà il premio per il rischio legato al conflitto incorporato nei prezzi del petrolio.